SILICIO E CRISTALLI


Paola D’Arpino

“E’ ciò che G. Deleuze indica nella natura del cristallo, perchè il cristallo è il luogo in cui si produce e si scinde il tempo, e dove perdura l’accadere, il ricordo di ciò che è stato ed è passato, ossia il presente.”  (1)

Blu, sabbia e di nuovo blu, un rimando cromatico, tra specularità morfologiche e materiali in condizioni di stato diverse e due immagini che raccontano 2 tempi cronologicamente distanti, di uno stesso luogo.
Latina 1945, una foto in bianco e nero, ora nella hall di un hotel sulla spiaggia. Il fotografo ha insinuato il suo obiettivo tra due travi semidivelte, tra le poche cose superstiti. L’impressione fissata è quella di una costa coperta di pietre e polvere di demolizioni, solo pochi ruderi, piccoli frammenti di muri, di case, di oggetti che non ci sono più. Ciò che è rimasto dal bombardamento preventivo della costa, in previsione di un eventuale sbarco. Sullo sfondo, poco prima del promontorio, i calcinacci di ciò che era la casa che sorgeva qui, al posto dell’albergo dove sono ora. Una casa che il proprietario decide, nell’immediato dopoguerra, di ricostruire, ma con differenti dimensioni, nuove forme, una diversa destinazione, una inedita finalità scaturita dalla prefigurazione di una possibilità futura, per darle un nuovo senso, perché diverse sono ormai le composizioni delle relazioni tra le persone ed i rapporti con l’intorno.
Un passaggio di liberazione da quell’incombere del com’era e che vorrebbe imporre un dover essere. Un evento improvviso e doloroso ha perturbato lo stato, aperto uno squarcio agli smarrimenti degli individui e del luogo, che non sono più imbrigliati nella narrazione del continuo. La riscrittura della storia ha riscritto il territorio. Tra le molteplici inedite configurazioni, una prende vita.

Con le rovine la città si libera dai suoi piani per passare verso uno strato intricato come la vita(2)

2009, maggio, qualche straniera che prende il sole, la guardo incuriosita mentre mi arrampico sulla terrazza più alta dell’albergo a fotografare delle “onde”, ora non più di acqua, non di sabbia, ma di silicio policristallino, costituito da un insieme di singoli piccoli cristalli di silicio. Un impianto fotovoltaico sulle voltine del portico e che continua sulla terrazza prima inutilizzata. Un impianto visibile a pochi, perché la prospettiva dal basso verso l’alto dalla spiaggia nasconde ai più, l’evento che lassù si compie. I raggi diretti del sole incidono sulla superficie sensibile del simiconduttore sollecitandone la reazione. Sabbia mutata in cristallo che con la luce, energia elettromagnetica, attua la conversione in energia elettrica. Un’energia intrinseca, ma che solo la luce riesce ad attivare, a far fluire da quelle superfici blu che nell’assenza del sole sono inutili. I pannelli sono poggiati ed ancorati su una struttura metallica che segue le pieghe del paesaggio verso cui si proietta. L’energia generata nelle celle fotovoltaiche, corre poi agli inverter, da continua, diviene alternata, per gettarsi e correre finalmente nel flusso trascinante. La trasformazione rende possibile l’emergere, dallo scorcio invisibile, al correre nell’infinito alternato e mutante.

La transitorietà ed il consumo della materia architettonica, come auspicavo tempo fa’, cancella e nello stesso tempo rigenera nuovi e inattesi scenari, una verifica sostanziale e concreta, per chi, fin adesso, ha sperimentato compositivamente la forma e ha ricercato il suo balzo qualitativo” (3)

La realtà, nello spazio e della materia dei corpi, contiene l’effetto tempo che, come funzione, ancora non è stata prevista dalle infinite librerie dei soliti ‘meccanici’ programmi di modellazione” (4)

Rapporti di linee e materia che si trasforma. Un nuovo apporto all’arco temporale di vita degli edifici, un arco temporale che dipende dalla tecnica costruttiva, dai materiali impiegati, dalla corretta esecuzione, dagli eventi naturali, e sempre e comunque, dall’azione umana. Una commistioni di variabili che complica il sistema matematico rendendolo certo più arduo e difficoltoso di un semplice calcolo di percentile.

Ma quale tempo ? Provando a fare un salto nell’arte pittorica, nella Pala di Brera, di Piero Della Francesca, qual’è l’attimo rappresentato ? Quello della adorazione ai piedi della Maestà o quello prefigurato al collo del bambino ? O quello sospeso al filo che scende dalla conchiglia ? Leonardo nell’Annunciazione ci presenta in primo piano una scena, ma nella visione ci perdiamo nello sfumato del paesaggio dello sfondo, che diviene quasi un’altra realtà, un’altra dimensione, un altro spazio tempo, in una luce opaca, sfuocata, umida di nebbia.

 

New York, ogni anno, per una notte, “vive” nel tempo delle luci blu sparate nel cielo nero dagli Space Cannon. Due fasci di luce che rivolte verso l’infinito traslano l’adesso sulla direzione dei numeri negativi dell’asse cartesiano del tempo.

 

 

 

 

 

 

 

Il cambiamento, la trasformazione di un luogo, di un ambito urbano, di edifici esistenti, è ciò che avviene ogni qualvolta si attua una azione progettuale e poi costruttiva. Un complesso processo, che possiamo tentare di comprendere osservando uno degli esempi di interventi appena pubblicato: il ‘polipo’ a otto tentacoli che afferra le pareti di una cava dismessa, lo “Zenith”, un complesso di edifici proposto per la riqualificazione ambientale della ex cava, al confine tra i comuni di Salerno e Baronissi. Una montagna, offesa con enormi “morsi” incisi, ferite che si intendono sanare. La foto aerea mostra due aree di “grigi” in mezzo al verde, a valle il nastro della strada dalla quale “si è generato” ed è partito, se ne vede il punto di connessione e l’ascesa, il processo di erosione umana dell’elemento naturale. Il grandioso “ingranaggio” del progetto di riqualificazione si pone proprio in quell’area intermedia tra il “punto di sbarco” e la cava più in alto, nello spazio compreso tra i due “eventi”. In questo interporsi però capita che lo spazio così com’è, non è adeguato all’assetto del nuovo, unitario, corpo costruito, ed è per questo che deve necessariamente intervenire a riconfigurare la superficie di appoggio retrostante e riproporre in analogia, la scalea artificiale tipica della cava.

Gli architetti, qui come in altri interventi, sono guidati da una esigenza di inglobare l’intero spazio, di comprenderlo completamente, di raggiungere anche i bordi più esterni, di controllare tutta l’area disponibile. La necessità estetizzante è così forte che le origini del luogo si perdono e il nuovo costruito ingabbia dentro di se parte del paesaggio. Ma la ricerca progettuale, in modo analogo alla ricerca dei pittori impressionisti, va a ricercare e simulare anche l’ambientazione alle varie atmosfere, nei diversi momenti del quotidiano stare di quel progetto, in quel luogo, verificando soprattutto le impressioni notturne, che devono necessariamente far ricorso alla previsione delle luci artificiali. Non più la luce solare, diffusa, diretta o radente, calda, gialla informa il progetto, ma quella puntiforme, direzionale e direzionata, non quella eliogenerata, ma prodotta dalle nostre fonti di energia, e che a direzione invertita, illumina il cielo sopra. Un cielo che è sempre più in là, alla ricerca di un primato da segnare con una “pietra di quota” sulla sommità dei grattacieli.

Questa ascesa distanzia dalla povera e contaminata terra comune di tutti i giorni e distacca dal verismo della quota terreno in direzione di una astrazione sempre più elevata. Si elevano piani, funzioni, nomi e significati.
E’ così che “Lusso”, che una volta era un termine denigratorio, oggi diventa nome per un polo bergamasco, un’isola del relax per tutti coloro che vorranno e potranno usufruire delle tantissime strutture che saranno realizzate e coperte dall’ampio lenzuolo bianco che leggero vi si adagia sopra.
Nella capitale, gli ex mercati vengono destinati a Città dei Giovani: spazi multimediali, piscine, centri fitness, mediateca, teatri, pub, negozi, aree ludico-musicali e diversi servizi. Una vasta proposta di attività che diventerà certamente un’alternativa all’impiego del tempo dei ragazzi e giovani, una calamita, che pone l’accento sulle fasce di età più bassa, che certamente potrà attrarre e persuadere, distogliendo da altri percorsi, verso una nuova cultura del tempo libero.

 

 

Milano è l’emblema dell’ascesa, è la “Città che sale”. Le sedi amministrative si elevano all’altezza delle nuvole, agli upper levels, nell’aria rarefatta delle nuvole da cui li separano superfici sempre più ampie di vetro, uffici sospesi nell’atmosfera che attrae ed affascina. Splendidi ascensori esterni con dinamiche a olio mostrano quanto lunga, ma fluida e veloce, è la scalata ai piani alti. Veloce come il cambiamento dello skyline della capitale del nord.

Ma per una città che sale, ce n’è una che scende, o meglio che sbarca, una moltitudine umana che illusa e raggirata, pensando che il nostro sia il paese dell’Eldorado, approda ogni giorno sulle nostre coste. Da li, quelle persone vengono concentrate in una sorta di limbo terreno, in attesa di decisioni burocratiche ed amministrative. Ma in attesa di cosa ? Per ora, non siamo in grado di prevenire questo fenomeno migratorio, sarebbe il momento di cominciare a pensare a strutture adeguate per l’accoglienza, almeno per salvaguardare le nostre coste o le scuole che spesso vengono ingiustamente utilizzate e devastate per le emergenze di questo tipo. Meglio ancora, potremmo pensare a riqualificare edifici esistenti e dismessi, dotandoli di una funzione energetica sui tetti, una funzione di accoglienza per gli spazi interni, un intervento di valorizzazione degli spazi esterni ricollegando le spiagge ai percorsi ed agli accessi. Quando non avremo più l’esigenza di accogliere profughi, questi servizi potranno facilmente essere riconvertiti in strutture turistiche o con valenze culturali. Certo dobbiamo essere in grado di fare analisi, ipotesi, previsioni, valutazioni ed agire. E’ un po come vedere un bambino che scrive il suo nome dietro un vetro. Noi dall’altra parte lo leggiamo al negativo, ma siamo in grado e dobbiamo scrivere il nostro preventivamente al contrario per aggiustare l’anomalia della trasparenza del vetro.

 

 

 

 

I dispositivi di copertura, inglobamento o trasparenza, non sono sufficienti a risolvere tutte le contraddizioni insite nella vita di un territorio. Per il loro superamento è necessario riprendere a pensare spazi scritti da un desiderio di vita, spazi che dalla stratificazione, dal tormento di un’infinità di segni, passati e recenti, che contraddistinguono i passaggi, si trasformino ad esprimere ciò che un luogo vuole essere. Osservare questi segni è capire quanto accade ed è come esserne parte attiva per poter tentare di ricongiungere immediatamente ciò che avviene in un riassetto di un urbano assediato da una corsa ad un momento mai raggiungibile.
Un’architettura relazionata e relazionante che, invece di vivere un tempo che non c’è, invece di aspettare un tempo futuro, sia in un presente percorribile, viva tutte le sue 24 ore e sia in grado di afferrare e comprendere nell’adesso, anche la 25a.

 

 

 

 

 



Nelle immagini:

Impianto fotovoltaico – Latina – Italia
Space Cannon – New YorK – USA
Ex Cava Zenith – Salerno – Italia
Polo del Lusso – Bergamo – Italia
Pirelli bis – Milano – Italia – Palazzo della regione – Torino – Italia
Panchine sull’Hudson – Dal film: La 25a ora

Note:
1) Il tempo della trasformazione. Corpi territori e tecnologie. -Tiziana Villani – Manifesto libri – Anno 2006

2) Contro l’architettura – Franco La Cecla – Bollati Boringhieri – Anno 2008

3) Da “Vie di fuga ‘RINNOVABILI’ per la città – Ibridazioni in corso d’opera” di Paolo Marzano 21/12/2007 http://www.costruzioni.net/articoli/rinnovabili.htm

4) Da“Riflessioni e rifrazioni d’architettura. I ‘tessitori’ del contemporaneo. ma la città dell’utopia ?” di Paolo Marzano 09/05/200

questo articolo è anche su www.architettare.it

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Informazioni su Paola D'Arpino

Architetto Laureata alla I Facoltà di ARCHITETTURA "L.Quaroni" dell'Università degli Studi “La Sapienza” di Roma nel 2005, V.O. indirizzo STRUTTURALE. Tesi "Progetto di Parco Pubblico Urbano ed Impianti Sportivi nell'area della stazione Prenestina di Roma". ( relatori : prof arch. Lucio Valerio Barbera, prof arch. Fabio Di Carlo). Ha conseguito l'abilitazione all'esercizio della professione nel 2006. Svolge l'attività di Architetto libero professionista dal 2007, fondando lo Studio D'Arpino. Ha partecipato a seminari, workshop, master e concorsi di progettazione, tra cui "Master in progettazione di Impianti Sportivi" presso La Sapienza & partners, 2010. Nel 2005 ha preso parte a Firenze alla mostra " Script Terragni Futuro " "Spot on Schools", nel 2006 ha esposto alla mostra "Terragni Futuro" presso la sede dell'Ordine degli Architetti di Roma. Nel 2011 e 2010 ha curato mostre fotografiche svoltesi nell'ambito della Settimana della Cultura. Nel giugno 2011 ha esposto i suoi progetti alla “Mostra tesi di laurea” – Frosinone “Villa Comunale” – Ordine degli Architetti della Provincia di Frosinone – Dipartimento Cultura L' attività del suo Studio Professionale si svolge nei settori de : Restauro e ristrutturazioni di edifici storici, impianti sportivi, edilizia pubblica e privata, residenziale e commerciale, progettazione e sviluppo di sistemi per la sostenibilità ed in particolare di impianti fotovoltaici . Dal 2012 è iscritta all'Albo dei Consulenti Tecnici di Ufficio (CTU) del Tribunale di Frosinone. Agli aspetti progettuali e alle pratiche del web grafic-visual design, ha sempre unito una costante ricerca bibliografica, teorica e critica, una attenzione particolare all'Arte, allo studio dell'Interazione Città-Uomo-Ambiente e alle connessioni tra comunicazione, aspetti sociali ed ambiti urbani. Ha pubblicato articoli, scritti e progetti, legati anche al suo territorio.E' presidente dell'Associazione Xenia, che da circa 15 anni si occupa di cultura e turismo culturale nella provincia di Frosinone.
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